Andata e Ritorno - Parte 2

scritto da sergiomis
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Testo: Andata e Ritorno - Parte 2
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Rimase immobile, le dita strette sui bordi della carta, mentre il fiato gli si spezzava in gola. Il locale attorno a lui continuava a scorrere come una pellicola impazzita: il tintinnio delle tazzine, il chiacchiericcio dei clienti, la pioggia sottile che sbatteva contro i vetri della finestra.
Rilesse l'articolo per la terza volta. Le parole non cambiavano. Per il suo paese, per Iride e per la suocera, lui non era altro che un annegato, un suicida che aveva usato il pretesto della perizia in Svizzera per farla finita. Nessuno lo avrebbe cercato; nessuno avrebbe versato una lacrima. Era diventato, a sua insaputa, il "fu" Eraldo Scannagatti.
Mentre il sangue riprendeva a scorrergli nelle vene con un fremito nuovo, una ridda di pensieri gli si affollò nella mente. Si ritrovò a soppesare gli scenari possibili, come le carte su un tavolo da gioco.
Il ritorno trionfale: poteva tornare nel borgo, magari con la valigia piena di lire, gettare il giornale in faccia al Gualtiero e alle due donne, rivelando l'errore e godendosi la rivincita. Ma subito il dubbio lo assalì: ne valeva davvero la pena? A cosa sarebbe servito rientrare in quel microcosmo asfissiante e meschino e darsi di nuovo in pasto a quelle due donne che lo avrebbero certo assalito con le loro pretese ?
La vita nuova all'Istituto: Poteva rimanere a Lugano, magari cambiare nome, e proporsi nuovamente all'Istituto, l'unico luogo in cui la sua competenza era stata apprezzata e rispettata. Lì non era il marito fallito, ma il professor Scannagatti, uno studioso stimato. Ma ne aveva voglia? La sua vita era davvero tutta lì in mezzo a vecchie carte polverose?
L'anno sabbatico: Poteva prendere quei soldi e lasciarsi tutto alle spalle, girare il mondo, viaggiare per un po' e godersi l'inaspettata libertà che il destino gli aveva servito su un piatto d'argento, senza doversi preoccupare di Iride, dell'Ambrogio o di un passato senza gloria. Ma dove andare? Non si sarebbe perso in quel mondo sconfinato che aveva solo visto da lontano, chiuso nel suo asfittico paesotto di provincia?
Abbassò lo sguardo, le pupille che si riflettevano nel vetro del caffè ormai freddo. Ora che il mondo lo aveva dichiarato morto, si trovava a un bivio. Decise che la notte avrebbe portato consiglio e si diresse verso la pensione che lo attendeva. Dopotutto, non c’era alcuna fretta. Nessuno lo aspettava e poteva prendersi tutto il tempo che sarebbe stato necessario.
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La notte trascorse senza sogni e senza pensieri, come se un colpo di spugna avesse cancellato d'un tratto tutte le cambiali, i rimproveri e l'odore stantio della drogheria di Ambrogio. Quando la mattina si affacciò timida tra le fessure delle persiane, si svegliò in gran forma, stiracchiandosi le membra con una leggerezza che non provava dai tempi della scuola.
Si alzò, si lavò la faccia con l'acqua gelida del lavabo e si guardò allo specchio. Quella faccia stanca e grigia, con gli occhiali perennemente appannati e la barba sfatta, apparteneva ormai a un altro uomo. Al "fu" Eraldo Scannagatti. E a un uomo nuovo, si sa, serve un abito nuovo.
Scese in strada con un piglio diverso e si diresse verso il centro di Lugano, passando in rassegna le vetrine più eleganti della città. Entrò in un paio di sartorie e negozi di buon gusto, deciso a lasciarsi alle spalle il vecchio pastrano consunto. Si concesse un completo di lana leggera dal taglio impeccabile, grigio fumo di Londra, una camicia bianca di cotone fresco e un paio di scarpe di cuoio lucido che sembravano fatte apposta per camminare leggeri sulla terra. Niente di pacchiano, per carità, ma abbastanza sobrio ed elegante da non dare troppo nell'occhio, trasformandolo all'istante in un distinto signore in viaggio d'affari.
Prima di rientrare, però, sentiva il bisogno di una sfoltita. Si accomodò sulla poltrona di velluto rosso del più rinomato barbiere del corso, lasciandosi avvolgere dal profumo di colonia e lavanda.
Il barbiere, un tipo sveglio e con la parlantina sciolta, vedendo quel cliente distinto e dai modi un po' riservati, provò subito ad attaccare bottone per sondare il terreno:
«Siete di passaggio, signore? Affari o solo svago, se posso permettermi?» domandò l'uomo, mentre passava il panno caldo sulla guancia del professore.
«Un po' dell'uno e un po' dell'altro, sa com'è. Viaggi di studio che portano lontano» rispose, rimanendo sul vago con un lieve sorriso e osservando le proprie scarpe nuove.
«Ah, il mondo accademico. Gente interessante. Si dice che qui da noi arrivi sempre gente di gran cultura in questo periodo...» insistette il barbiere, sperando in qualche succoso pettegolezzo su cui ricamare durante la giornata.
«Il giusto, caro mio, il giusto» tagliò corto, con un cenno garbato che chiuse ogni velleità di confidenza.
Di nuovo in strada, con i capelli in ordine e il viso fresco di rasatura, si fermò a guardare la sua nuova immagine riflessa nella grande vetrina di un negozio. Sembravano passati mesi, eppure era solo la mattina del giorno dopo.
Mentre si tastava la giacca, sentendo la consistenza rassicurante della stoffa, un pensiero ben più spinoso e urgente si affacciò alla sua mente: come diavolo avrebbe fatto a maneggiare tutta quella ricchezza? Non poteva certo andarsene in giro per le vie di Lugano con una valigia piena zeppa di banconote, rischiando di attirare l'attenzione dei gendarmi o di qualche malintenzionato.
Decise che, anche se urgente, quella questione poteva attendere ancora un poco e, attraversata la strada, si apprestò a pranzare in un ristorante di quelli che in vita sua aveva solo guardato da fuori, senza mai osare varcarne la soglia. «A pancia piena», pensò, «si ragiona meglio», e lui la pancia l’aveva sempre avuta fin troppo vuota negli ultimi tempi.?
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Varcò la soglia di uno studio di consulenza finanziaria e legale nel cuore di Lugano, un luogo austero dove l'odore di cera per pavimenti si mescolava a quello di carta bollata e affari di grossa portata. L'uomo che lo accolse dietro una scrivania in mogano massiccio, il dottor Luraschi, lo squadrò con occhio clinico, intuendo subito che quell'uomo distinto e dal contegno riservato aveva più di qualche segreto da affidargli.
Senza sbottonarsi troppo, espose il suo problema, parlando di un'eredità inaspettata e della necessità di gestire la liquidità senza attirare l'attenzione dei gendarmi o del fisco. Il consulente, per nulla sorpreso da simili richieste, gli illustrò con calma le opzioni. Gli consigliò di depositare la maggior parte del capitale in una cassetta di sicurezza e di utilizzare una parte per diversificare gli investimenti: un po' in oro, facilmente negoziabile, azioni anonime ideali per tutelare la privacy, e infine una serie di obbligazioni al portatore, comode e spendibili liberamente nei suoi spostamenti in giro per il mondo.
Proprio mentre il Luraschi tracciava diagrammi e conti su un foglio, la sua mente fece un salto all'indietro, fino a Bellano. Gli tornò alla mente l'amministratore Caimi, quel vecchio volpone che con fare mellifluo lo aveva raggirato anni prima, prosciugando l'antico patrimonio di famiglia e portandosi via anche la dote di Iride. Un'amarezza improvvisa gli strinse lo stomaco, lasciandolo in preda a un dubbio atroce: chi gli diceva che non stesse commettendo lo stesso errore? Si ritrovò a fissare il sorriso affabile del Luraschi, domandandosi con un brivido lungo la schiena se non stesse semplicemente passando le sue fortune dalle mani di un volpone a quelle di un altro.
Nel rievocare quel passato di umiliazioni, si ritrovò a sorridere amaramente tra sé e sé: se prima era stata la mancanza di denaro a togliergli il sonno, ora si accorgeva che anche l’abbondanza portava con sé la sua dose di grattacapi e preoccupazioni. «Chi l'avrebbe mai detto», pensò, «che i soldi potessero pesare più della miseria». Ma, pur con il cuore che batteva incerto, strinse i denti e decise di fidarsi, almeno per il momento.
Uscì dallo studio un'ora dopo con una piccola borsa di pelle scura, la situazione finanziaria finalmente sistemata e il futuro coperto da una rete di sicurezza. Eppure, mentre respirava l'aria frizzante del lago, una spina gli rimase conficcata nel petto: se i soldi avevano trovato un nome e un posto sicuro, lui, Eraldo Scannagatti, chi era adesso? Il problema della sua identità era ancora tutto lì, sospeso, in attesa di una risposta.
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A Bellano, intanto, la vita riprendeva il suo corso con la placida indifferenza che le stagioni si portano appresso lungo le sponde del Lario, tra una bracciata di bucato stesa ad asciugare e le solite quattro chiacchiere da barbiere. Il funerale di quello che tutti credevano fosse Eraldo Scannagatti era stato celebrato con il minimo indispensabile di sfarzo e di preghiere, giusto per non dare troppo nell'occhio e non sprecare cera, e la salma era stata infine calata nella terra sconsacrata del cimitero, come si conveniva a un peccatore che aveva osato strappare il filo del proprio destino senza chiedere il permesso all'Altissimo.
Nella casa di via Roma, il silenzio pesava come un macigno sulle teste delle due donne, ora vedove entrambe. Iride, rimasta senza marito, e la signora Amabile, vedova Pezzoli, si lambiccavano il cervello giorno e notte, sfogliando il registro delle spese e rimuginando su come sbarcare il lunario. Le casse piangevano, e il futuro si prospettava più grigio della nebbia che saliva dal lago; le due donne si aggiravano tra le stanze come due anime in pena, lanciando occhiate torve ai mobili impolverati e calcolando, con la calcolatrice a manovella del fu Eraldo, quanti giorni di minestra avanzata potessero ancora permettersi.
Il paese, dal canto suo, aveva già voltato pagina. Ambrogio il droghiere, smaltita la prima rabbia per il conto in sospeso, aveva riaperto il suo registro e cercato nuovi clienti; le comari si scambiavano pettegolezzi più freschi sulla vicina di casa; e anche il maresciallo D'Aloisio aveva chiuso i fascicoli e archiviato il caso, non prima di essersi goduto un buon bicchiere di vino offerto dagli avventori del circolo. Pure l'amministratore Caimi, fiutando l'aria e temendo di dover subire le ire e le richieste pressanti delle due vedove, si era reso del tutto irreperibile, scomparendo dietro una cortina di fumo e di scuse, chiuso nel suo ufficio con le persiane sempre abbassate.
L'unico in tutto il borgo a serbare un briciolo di umanità e di dubbio nei confronti della vicenda era rimasto il Ginetto, l'oste della trattoria vicino al porto. Dietro al suo bancone lustro e accogliente, tra una fetta di salame e un bicchiere di rosso, il Ginetto scuoteva spesso la testa, con quel suo sorriso bonario e un po' sornione di chi ne ha viste tante. A suo modo di vedere, Eraldo non era proprio il tipo da andarsi a tuffare nelle acque gelide del lago all'alba, men che meno con quel freddo alle ossa che ti faceva battere i denti. E poi, guardando bene le cose, quel corpo irriconoscibile, gonfio e sfigurato, era davvero il suo? O si trattava dell'ennesima beffa di un destino burlone?
Ma se anche coì fosse stato, che ne era del suo vecchio amico di bevute e confidenze?
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Ci mise meno di mezz'ora a digerire il pranzo e a rendersi conto che, per quanto il ristorante fosse di prim'ordine e il vino del Lario avesse un profumo di bosco e di sole, il sapore amaro della realtà non se ne andava tanto facilmente. Con la pancia piena e il portafoglio gonfio, si diresse nuovamente verso lo studio del dottor Luraschi, i cui gradini, questa volta, gli parvero meno minacciosi di qualche ora prima.
Il Luraschi, in maniche di camicia e con il gilet slacciato, stava ancora soppesando le carte. Quando lo vide entrare, si alzò con la flemma di chi è abituato a trattare con il genere umano in tutte le sue forme, dalle più limpide alle più oscure.
«Professore, mi dica» esordì, cogliendo subito l'espressione corrucciata sul volto del cliente.
«Ecco, Luraschi» cominciò, abbassando la voce fino a farla diventare un bisbiglio che avrebbe fatto ridere anche il più serio dei notai. «Mi sono posto una domanda, mentre salivo fin qui. Mettiamo che io debba muovermi, che so, andare a Zurigo, o magari fare un salto a Milano o a Parigi. E mettiamo che alla frontiera mi chiedano i documenti. Cosa mostro? La mia faccia? Dubito che basti, specie con i tempi che corrono.»
Il consulente, che fin dal primo apparire del suo nuovo cliente aveva subodorato che la sua posizione non dovesse essere delle più, come dire … “cristalline”, si lasciò sfuggire un sorriso di comprensione, di quelli che si risvegliano negli uomini d'affari quando si trovano davanti all'ovvio. Si avvicinò alla finestra, socchiudendo le persiane quel tanto che bastava per far entrare un raggio di sole che illuminò la polvere nell'aria.
«Vede, caro professore, lei ha perfettamente ragione. Nel 1935 non siamo più ai tempi delle carrozze e delle buone maniere. Oggi, se un uomo non ha un pezzo di carta firmato e timbrato, è come se non esistesse. Ma, per sua fortuna, ci troviamo in Svizzera, e qui le carte hanno un prezzo che si calcola esattamente come il peso dell'oro.»
Deglutì. «E che prezzo sarebbe?»
Luraschi si sedette di nuovo, tamburellando le dita sulla scrivania. «Conosco una persona, un tipografo che lavora in un piccolo distretto di confine e che ha una certa... flessibilità morale. Per una somma ragionevole, diciamo qualche centinaio di franchi svizzeri …”.
Fece un rapido calcolo e concluse che la cifra era di tutto rispetto, cosa che trasparì dalla sua espressione stupita.
Il Luraschi gli diede una pacca amichevole sulle spalle, un po' come si fa con il cliente al mercato che cerca di tirare sul prezzo del formaggio. «Su, su, non si perda d'animo. Diciamo che possiamo limare qualcosa, ma il nostro uomo ha una famiglia da mantenere anche lui e la discrezione, si sa, costa cara. Mettiamola così: con cinquecento franchi svizzeri copriamo il disturbo, le pratiche e il silenzio dell'ufficio anagrafe. Per quella cifra le trovo un fascicolo di un cittadino svizzero, magari un emigrato in Sud America che non ha più fatto ritorno e di cui si sono perse le tracce. I suoi documenti vengono aggiornati con la sua nuova foto e, voilà, lei diventa un rispettabile cittadino elvetico, pronto a viaggiare dove vuole.»
Sentì un brivido freddo lungo la schiena. La prospettiva di diventare un fantasma con documenti altrui, gli parve un azzardo enorme, quasi un'avventura da romanzo d'appendice. D'altro canto, cosa poteva fare? Tornare a Bellano a farsi contare le tasche da Iride?
«E ... diciamo che tutto questo è sicuro?» chiese, con un filo di voce.
«Sicurissimo, se non fa il passo più lungo della gamba e se non usa il nuovo passaporto per andare a farsi schedare al consolato italiano» rispose Luraschi, allargando le braccia. «Ma la avverto: questo documento sarà la sua ancora di salvezza e, al tempo stesso, la sua gabbia. Se si fa scoprire, non c'è Luraschi che tenga.»
Annidò la mano nel taschino della giacca nuova, dove il denaro faceva un fruscio rassicurante. Fece un cenno con la testa, quasi a voler scacciare gli ultimi dubbi, e con voce ferma disse: «Procediamo. E che il diavolo ci metta la coda».
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L’incontro con l’uomo dei miracoli burocratici non avvenne, come aveva temuto, in un vicolo buio con il bavero alzato, ma nel retrobottega di una legatoria poco distante dal lungolago di Lugano. Un posto che odorava di colla di pesce e di carta vecchia, un profumo che al professore non dispiacque affatto, ricordandogli i pomeriggi passati a scartabellare i registri polverosi della biblioteca di Bellano.
L’archivista si chiamava Gaudenzio Rezzonico, un uomo dall'età indefinibile e con un paio di occhiali così spessi che le sue pupille sembravano due olive in salamoia. Non chiese nulla, non fece commenti. Si limitò a tirare fuori da una cartella di cuoio tre o quattro fascicoli, disponendoli sul tavolo come se stesse offrendo una scelta di stoffe per un abito su misura.
«Dobbiamo stare sul credibile, Luraschi mi ha spiegato il profilo», esordì il Rezzonico con una voce che sembrava il fruscio di una pergamena secca. «Lei ha l’aria di uno che ha letto qualche libro, ma che non disdegna il lago. Ho quello che fa per lei.»
Picchiettò con l’indice su un fascicolo ingiallito.
«Vittorio Rusca. Nato a Gandria nel 1898. Figlio di pescatori, ma con la testa per gli studi. Risulta emigrato con la famiglia in Argentina, a Rosario, nel 1912. Archivista nella biblioteca locale. Mai sposato, nessuna pendenza penale, nessun parente rimasto in vita tra le sponde svizzere. È tornato in Europa da poco, con un gruzzolo messo da parte, una eredità inaspettata e tanta voglia di godersi il panorama.»
Ripeté il nome tra sé, assaggiandone il suono: «Vittorio Rusca... di Gandria». Gli piaceva. Gandria era lì a due passi, un pugno di case di pietra aggrappate alla roccia sopra Lugano, specchiate in un’acqua che era la sorella di quella di Bellano. Non avrebbe dovuto fingere di conoscere mari lontani o montagne che non aveva mai scalato. Gandria era il lago, e il lago era il suo alfabeto.
«Per il passato a Rosario non si preoccupi», continuò il Rezzonico, sistemandosi gli occhiali. «Se qualcuno le chiede dell’Argentina, dica che faceva un caldo boia e che la carne era eccellente ma le mancava l’aria del Ceresio. Nessuno va a controllare i registri di biblioteca di una cittadina di provincia dall’altra parte del mondo.»
Annuì, quasi affascinato dalla meticolosità di quella menzogna. «Vittorio Rusca», disse a voce più alta, raddrizzando la schiena. «Sì, mi sembra un uomo solido. Un uomo che ha lavorato sodo e che ora vuole solo un po' di pace.»
«Sì,» commentò, «niente di troppo sopra le righe; nessuna ricchezza esagerata da giustificare e frequentazioni altolocate da spendere nei salotti. Solo un uomo benestante che si gode la vita.»
«Perfetto», concluse l’archivista. «Mi servono due foto, quelle che ha fatto stamattina, e i cinquecento franchi. Tra tre giorni, a quest’ora, passi di qui. Troverà il passaporto svizzero e la licenza di dimora pronti. Da quel momento, Eraldo Scannagatti cesserà di esistere e il signor Rusca potrà iniziare la sua villeggiatura.»
Mentre usciva dalla legatoria, si sentì addosso una strana vertigine. Aveva una vita nuova di zecca, un nome che sapeva di pulito e un passato che non faceva male a nessuno. Camminava verso la sua pensione, che tra pochi giorni avrebbe lasciato, cercando di darsi un contegno da reduce delle Americhe; ma ogni tanto la mano correva alla tasca, quasi a voler sentire la presenza di quel vecchio Eraldo che, nonostante tutto, faticava ad annegare del tutto.
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Quei tre giorni di attesa furono lunghi come un inverno in Valassina. Si ritrovò a fare i conti con un'ansia che gli mangiava il fegato, scoprendo che la libertà, quando te la devi conquistare a suon di sotterfugi, ha il sapore amaro del piombo nello stomaco.
Alla pensione passò le notti peggiori. Ogni volta che sentiva cigolare il legno delle scale o il passo pesante del padrone di casa sul pavimento, si aspettava di vedere la porta spalancarsi con due gendarmi pronti a chiedergli i documenti. Trascorreva le ore seduto sul bordo del letto, con la valigia chiusa a chiave sotto la rete, a ripassare mentalmente la storia dell'Argentina e i nomi delle vie di Rosario che il Rezzonico gli aveva buttato lì come fossero briciole di pane. Si guardava allo specchio della toletta, con la schiuma da barba ancora sulle guance, domandandosi se quella faccia da professore di lettere avrebbe saputo recitare il nuovo ruolo che la vita gli aveva assegnato.
Di giorno, per sfuggire all'odore di stantio della stanza, scendeva sul lungolago. Lì, almeno, l'aria mossa dal vento del nord gli dava l'illusione di potersi confondere. Eppure, ogni volto che incrociava gli pareva un potenziale accusatore. Una mattina, mentre osservava le barche dondolare all'ormeggio, incrociò lo sguardo di un tale con la pipa in bocca e il berretto calato sugli occhi. Per un attimo, gli parve il maresciallo D'Aloisio in borghese, mandato fin lì per spiarlo. Si voltò di scatto, fingendo di ammirare la vetrina di un negozio di cravatte, ma con il cuore che batteva così forte da rimbombargli nelle orecchie.
Per confondersi un po' con il viavai della città, si spinse nelle vie del centro, tra la folla che andava e veniva dal mercato. Lì si sentì piccolo e invisibile, un granello di polvere in mezzo a tanti. Ma fu proprio tra i banchi del mercato che avvenne un incontro, del tutto casuale, che rischiò di farlo capitolare.
Mentre stava soppesando delle mele con aria distratta, una voce alle sue spalle lo gelò: «Scusi, signore, ha mica l’ora?».
Preso alla sprovvista, si voltò di scatto temendo di trovarsi di fronte qualche conoscente di Bellano capitato lì per caso. Si trovò davanti un signore distinto, con i baffi ben curati e un cappello a falde larghe, che lo guardava con cortese impazienza.
Tossicchiò, cercando il timbro di voce di Vittorio Rusca, un tono più profondo e rilassato: «Certamente. Sono le dieci e un quarto, se il mio orologio non fa le bizze».
L'uomo ringraziò e si dileguò tra la folla. Si ritrovò appoggiato al muro di un portico, con la fronte imperlata di sudore freddo. Si era salvato, ma la prova gli aveva dimostrato quanto fosse fragile il suo mantello di carta. Non era ancora Vittorio Rusca, e non era più Eraldo Scannagatti. Era sospeso nel vuoto, in attesa che un pezzo di carta gli restituisse un peso e un posto nel mondo.
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Il mattino del quarto giorno arrivò con una luce grigia e tagliente che si rifletteva sulle acque del Ceresio. Si alzò prima dell'alba, il cuore che gli batteva nel petto come un uccello in gabbia. Si vestì in fretta, sistemandosi il nodo della cravatta davanti al piccolo specchio della pensione, e si diresse verso la legatoria di via Nassa. L'aria era frizzante e le strade cominciavano ad animarsi dei primi passi frettolosi dei pendolari e dei garzoni.
Nel retrobottega, il Rezzonico lo stava aspettando. Il profumo di colla e carta stampata era sempre lo stesso, ma l'atmosfera si era fatta più seria, quasi sacrale. Sopra il tavolo da lavoro, in mezzo a un paio di pinzette e a una boccetta d'inchiostro, c'era un piccolo libretto di tela cerata scura, con lo stemma della Confederazione Svizzera impresso a secco.
«Tutto in regola, signor Rusca» disse il tipografo senza alzare lo sguardo, mentre gli passava il passaporto e il foglio di dimora. «Ci sono le sue impronte digitali sul retro, i timbri del distretto e la data di registrazione aggiornata a sei mesi fa. Nessuno avrà da ridire.»
Aprì il libretto. La fotografia incollata lì in mezzo, un po' sgranata ma nitida, mostrava il suo volto, ma con un'espressione diversa, più severa e vissuta, come quella di un uomo che ne ha passate tante. Sotto la foto, la firma slanciata e decisa: Vittorio Rusca.
«La ringrazio, Rezzonico» mormorò, infilandosi i documenti nella tasca interna della giacca, vicino al cuore.
Il Rezzonico annui brevemente, richiudendo il cassetto della scrivania con un clic secco. «Ora mi ascolti bene, signor Rusca. Da questo momento, noi non ci siamo mai visti. Io non so chi lei sia né da dove venga, e lei non ha mai messo piede in questa legatoria. Dimentichi il mio nome, il mio volto e la strada che ha fatto per arrivare fin qui. È una regola fondamentale di questo mestiere, e le assicuro che conviene a entrambi. E si ricordi che Vittorio Rusca è una nostra invenzione. Non è mai esistito al di fuori di queste carte.»
Tese la mano, che l'altro strinse per un secondo. Fredda e callosa. Poi, senza aggiungere altro, Rezzonico si girò e tornò al suo tavolo, riprendendo a incollare il dorso di un vecchio libro. Un chiaro invito a togliere il disturbo. Si voltò e uscì, lasciandosi alle spalle l'odore di colla e il passato.
Tornato alla pensione, si guardò intorno per l'ultima volta. Le pareti scrostate, il lavabo in ferro battuto e la vista sui tetti di tegole grigie. Tutto gli parve improvvisamente lontano, quasi appartenesse a un altro uomo. Controllò che nella sua vecchia valigia non fosse rimasto nulla di compromettente e la abbandonò sotto il letto.
Si fermò a riflettere sulla sua metamorfosi. Una strana e pungente nostalgia gli si strinse in gola. Chissà cosa stava succedendo in via Roma, a Bellano. Chissà se Iride aveva già svuotato i cassetti, o se la signora Amabile si lamentava ancora delle cambiali. E la biblioteca, con i suoi odori di polvere e le edizioni rilegate della Divina Commedia? E il Ginetto, dietro al bancone della sua osteria, a scuotere la testa davanti a un bicchiere di rosso?
Ma scacciò via quei pensieri con un colpo di testa. Erano domande senza risposta, e doveva allontanarsi da quelle radici una volta per tutte.
Scese le scale di legno cigolanti senza farsi notare dal padrone di casa e uscì in strada. Camminò per qualche isolato fino a raggiungere il Bristol, un albergo non troppo lussuoso ma dignitoso, situato in una via secondaria, ideale per "rodare" la sua nuova identità prima di ripartire per nuove mete.
L'ingresso dell'albergo era ampio e luminoso, con una grande vetrata che dava su un cortile interno. Dietro il bancone in legno lucido, il portiere in divisa blu lo squadrò con cortesia, sporgendosi leggermente in avanti.
«Buongiorno, signore. Desidera una camera?»
Sentì il fiato bloccarsi in gola. Era il momento della verità. Fece un respiro profondo per ritrovare la calma e la padronanza di sé, raddrizzò le spalle e con voce ferma, ma non troppo alta, porse i documenti.
«Sì, buongiorno. Vittorio Rusca. Ho bisogno di una camera singola per qualche giorno. Vengo da Gandria, ma devo trattenermi qui per affari.»
Il portiere prese il passaporto, lo aprì con un gesto meccanico e lo esaminò con attenzione, voltando le pagine. Diede un'occhiata alla fotografia e poi a lui, confrontando i lineamenti. Per un attimo che parve durare un'eternità, il silenzio riempì la hall. Sentì la fronte bagnarsi di sudore freddo, le mani strette sul bordo del bancone.
Poi, con un sorriso di circostanza, il portiere richiuse il documento e lo appoggiò sul registro. «Tutto in ordine, signor Rusca. Le assegno la camera 212, al secondo piano. Le porto subito le chiavi.»
Si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo, meravigliandosi persino della propria disinvoltura. Aveva superato la prima prova. La sua nuova vita aveva finalmente inizio.
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L'albergo Bristol si rivelò un guscio comodo, ma non per questo meno carico di insidie. Durante i suoi primi due giorni da Vittorio Rusca, passò molto tempo a studiare i propri passi, le espressioni e persino il modo in cui reggeva il cucchiaino da caffè. Ogni volta che qualcuno pronunciava il suo nome nella hall, si voltava a metà tra lo scatto di riflessi dell'abitudine e la necessità di mantenere il controllo.
La sera del secondo giorno, vinto dalla noia e dal desiderio di confondersi, scese al bar dell'albergo. L'ambiente era caldo, illuminato da pesanti lampadari in vetro di Murano e pervaso dal suono sommesso di un pianoforte che suonava un lento motivo all’italiana. Seduto a un tavolino d'angolo, con un bicchiere di cognac davanti, c'era un uomo sulla cinquantina, dai modi affabili e dall'aspetto distinto. Indossava un abito di lino chiaro che tradiva una certa agiatezza e fumava un sigaro con disinvoltura.
L'uomo notò la sua esitazione e con un cenno della mano lo invitò ad avvicinarsi.
«Buonasera, signore. Si accomodi pure, il locale è quasi deserto» disse, con un accento che non riusciva a nascondere una certa aria di mondo.
Dopo un attimo di esitazione in cui tornò a galla il vecchio Scannagatti, si sedette e accettò un bicchiere. Si presentarono. L'uomo si chiamava De Marchi, un viaggiatore instancabile che amava definirsi "un uomo d'affari senza ufficio".
Mentre parlavano del più e del meno, la conversazione scivolò inevitabilmente sui viaggi. De Marchi raccontò di Nizza, del casinò di Montecarlo e delle notti illuminate dalle stelle sulla Costa Azzurra. Pur cercando di mantenere un contegno misurato, ascoltava con gli occhi sgranati. Si rese conto di quanto fosse inadeguato: per quanto avesse il passaporto in tasca e denaro a disposizione, non sapeva nemmeno come ordinare lo champagne in un grande albergo.
«Vedo che è un uomo riflessivo, Rusca» disse De Marchi, osservandolo con un sorriso sornione. «Ma la vita è fatta per essere vissuta, non solo per essere guardata dal di fuori. Sa che le dico? Domani mattina io e la mia vettura partiamo per la Francia. Vengo dalla Costa Azzurra, ma devo tornarci per affari. Perché non viene con me? La Costa Azzurra le farebbe bene. Le toglierebbe di dosso un po’ di quell'aria da grigio contabile.»
Sentì il panico salire. Un viaggio in auto, le frontiere, i controlli. Ma poi, guardando De Marchi, si rese conto dell'opportunità: avere una spalla, un uomo di mondo che conosceva le usanze e i modi di fare, gli avrebbe permesso di mascherare la sua totale inesperienza. De Marchi sarebbe stato il suo scudo, un lasciapassare sociale più potente di qualsiasi documento.
«Ebbene... perché no?» rispose, cercando di dare alla sua voce un tono sicuro e deciso. «In effetti, ho bisogno di staccare la spina e di ampliare i miei orizzonti.»
De Marchi rise di gusto, battendogli una pacca sulla spalla. «Ottimo! Domani alle otto sarò qui davanti con la mia Lancia. Si prepari, Rusca, il Mediterraneo la aspetta.»
Tornò nella sua camera 212 con il cuore che batteva all'impazzata. Aveva fatto il primo passo verso il mondo. Ma, mentre si addormentava, il pensiero del tragitto e della frontiera franco-svizzera gli rimase conficcato in gola come una spina.
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25


Il motore della Lancia rombava sordo nel fresco mattino di Lugano, un suono pieno e rassicurante che gli parve quasi come un battito cardiaco estraneo, ma al quale si abituò in fretta. Erano partiti che il sole non aveva ancora scaldato le facciate dei palazzi, e il parabrezza si riempiva di una nebbiolina sottile che De Marchi spazzava via con un colpo di tergicristallo, parlando di affari e di motori con l'indifferenza di chi percorre quella strada come se fosse il giardino di casa.
Stretto nel suo abito nuovo, si guardava le mani appoggiate alle ginocchia. Più si avvicinavano al confine, più sentiva l'aria farsi pesante. Aveva quasi dimenticato che per andare a Nizza avrebbe dovuto attraversare non una, ma due frontiere.
Il primo scoglio fu la dogana tra Svizzera e Italia. Quando il maresciallo della Guardia di Finanza si affacciò al finestrino, con il berretto tirato giù sugli occhi e il piglio di chi ha il compito di scovare il pelo nell'uovo, sentì il fiato bloccarsi.
«Documenti, prego.»
De Marchi, con una naturalezza che gli parve quasi sacrilega, passò i libretti. Il finanziere diede un'occhiata al suo nuovo passaporto svizzero, poi si sporse per guardare in faccia quell'uomo dai lineamenti così familiari alle nostre valli.
«Rusca, eh?» domandò l'agente, rigirando il libretto tra le dita guantate di pelle.
«Sì, signor ufficiale. Rientro da Rosario, ma mi sposto per affari in Francia con il signor De Marchi» rispose, cercando di mantenere il timbro fermo e profondo che aveva provato la sera prima. La voce non tremò, con sua grande sorpresa. Il maresciallo restituì le carte senza ulteriori domande, salutando con un cenno secco del capo.
La Lancia ripartì, lasciando alle spalle la dogana e immettendosi nel territorio italiano. Per un attimo, si sentì mancare il respiro: si trovava di nuovo in Italia, a pochi chilometri dal suo Lario, sotto gli occhi vigili del regime.
Ma fu la seconda frontiera, quella tra Italia e Francia nei pressi di Ventimiglia, a richiedere il massimo della recitazione. L'atmosfera era tesa, i gendarmi francesi parlavano una lingua dura e ritmata, e i controlli erano minuziosi per via delle tensioni internazionali. De Marchi, sceso dall'auto, porse i documenti con un sorriso complice, mentre lui si sforzava di imitare l'aria annoiata ma sicura di un ricco uomo d'affari. Il gendarme francese esaminò il passaporto con attenzione, poi guardò dritto negli occhi il nuovo signor Rusca e, dopo un attimo che parve un'eternità, restituì il libretto con un breve cenno di assenso.
Quando l'auto riprese la marcia lungo la Corniche, con il mare che si apriva davanti a loro come un immenso ventaglio blu, l'ansia si sciolse in un sorriso. Il sole cominciava a calare, tingendo di rosso e oro i promontori della Costa Azzurra.
Arrivarono a Montecarlo quando le luci dei lampioni cominciavano a riflettersi sull'acqua del porto. Le strade erano un viavai di automobili di lusso, signore con abiti leggeri e uomini in smoking. De Marchi accostò davanti a un grande albergo in stile Liberty, e un portiere in livrea si precipitò ad aprire lo sportello.
«Siamo arrivati, Rusca. È qui che alloggeremo» disse De Marchi, scendendo e passandosi la mano tra i capelli.
Scese dall'auto, si raddrizzò la giacca e si sentì pervadere da una strana euforia. Il vecchio Eraldo Scannagatti, quello che calcolava i giorni del minestrone, era rimasto molto indietro. Ora c'era Vittorio Rusca, un uomo del mondo.
Entrarono nella hall sontuosa, tra specchi dorati e lampadari che creavano riflessi scintillanti. Davanti al bancone della portineria, tirò fuori il passaporto con una disinvoltura che lo sorprese: non provò più quel sudore freddo della prima volta.
«Buonasera. Due camere, per favore. Una per me e una per il mio amico De Marchi» disse con voce ferma e rilassata.
Il portiere prese i documenti, li sfogliò senza fretta e, con un inchino cortese, porse le chiavi.
«Subito, signor Rusca. Le auguro un piacevole soggiorno.»
La musica nuova aveva iniziato a suonare, e lui era pronto a ballarla.
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26


La sera monegasca si aprì come un sipario di velluto scuro, rivelando un mondo che gli era sempre sembrato distante anni luce. Mentre De Marchi si era ritirato nella sua camera per darsi una rinfrescata dopo il lungo viaggio, rimase qualche minuto davanti alla grande finestra della sua stanza, ad ammirare le luci del porto che si riflettevano sul mare.
L’aria profumava di salsedine e di essenze costose, un sentore che poco aveva a che fare con la nebbia del Lario o l'odore di salumi del Ginetto. Eppure, più il panorama si faceva affascinante, più una vocina interiore – la stessa che un tempo lo ammoniva a non sprecare la cera delle candele – gli ricordava che tutto quello era un castello di carta, costruito su una menzogna di appena cinquecento franchi.
Scesero insieme nella grande sala del Casinò, un trionfo di stucchi dorati, specchi e velluti rossi in cui si muoveva un'umanità eterogenea: nobildonne ingioiellate, industriali con il fiore all'occhiello e personaggi sfuggenti che sembravano usciti da un romanzo di spie.
De Marchi si avvicinò subito al tavolo della roulette, muovendosi con la sicurezza di un habitué. Lo seguì, mantenendosi a una distanza prudente, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni. Guardava la ruota girare, il tintinnio della pallina d'avorio, le pile di fiches che passavano di mano in mano.
«Perché non prova a puntare qualcosa, Rusca?» gli chiese De Marchi, porgendogli una fiche da cento franchi. «La fortuna aiuta gli audaci. E poi, un uomo che ha vissuto in Argentina sa bene come rischiare.»
Guardò quel dischetto di plastica colorata, che valeva quasi quanto un mese di minestra del fu Eraldo. Sentì di nuovo il fiato in gola, la stessa sensazione provata davanti al portiere dell'albergo, ma decise di non tirarsi indietro. Posò la fiche sul rosso.
La ruota girò, la pallina saltellò e si fermò. Rosso 14.
Il croupier spinse verso di lui la vincita. Provò un'ondata di eccitazione mista a terrore: la tentazione di quel mondo stava funzionando, la sua nuova identità sembrava persino attirare la fortuna.
Strinse le fiches, con le dita che gli scivolavano su quella plastica colorata che valeva più di un intero stipendio al Lario. Fece per allontanarsi dal tavolo, ma la tensione accumulata in quelle ore, tra la frontiera e il peso dei documenti nella giacca, cominciò a fargli brutti scherzi.
Tra la folla, ogni sguardo che si posava su di lui gli pareva un peso insostenibile. Un distinto signore con lo smoking che lo osservava distrutto dalla noia, due dame che bisbigliavano ridacchiando vicino al bar, persino il croupier che controllava i gettoni sul tavolo. Sguardi assolutamente casuali e del tutto innocui, ma che per lui si trasformavano in altrettante spine nel fianco.
De Marchi, invece, si muoveva in quel salotto dorato come un pesce nell'acqua. «Visto, Rusca? La dea bendata ci ha sorriso subito. Ora bisognerebbe brindare con una bella coppa di Champagne!» esclamò, gesticolando con un bicchiere in mano.
Abbozzò un sorriso tirato, sentendosi gli occhi puntati addosso da ogni dove. «La ringrazio, De Marchi, ma credo che mi ritirerò in camera. Ho bisogno di riposare.»
De Marchi lo squadrò con un misto di affetto e perplessità, dandogli una pacca sulla spalla. «Come vuole, caro. Il riposo è d'oro, domani ci aspettano altre sorprese.»
Rintanato nella quiete della sua stanza, si tolse la giacca e si slacciò il colletto della camicia. Rimase a lungo seduto sulla poltrona, ad ascoltare il mormorio lontano della città che saliva dal porto. Fu in quel silenzio che le emozioni degli ultimi giorni, dal freddo di Lugano al calore del sole della Corniche, iniziarono a decantarsi, depositandosi sul fondo della sua coscienza come sabbia nell'acqua.
Si sdraiò sul letto, con la valigia e i documenti a portata di mano, con una sola certezza: per il momento, non aveva più bisogno di fuggire, ma di comprendere fino in fondo chi fosse diventato e quale direzione volesse prendere.

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27


Il mattino seguente, la luce del Mediterraneo entrò prepotente attraverso le fessure delle persiane, portando con sé il profumo di salsedine e il rombo dei motori che già animavano il lungomare.
Aveva riposato a intermittenza, più per l'eccitazione della novità che per timore, e si alzò pronto a scoprire quale fosse la "sorpresa" di cui De Marchi gli aveva parlato.
Lo trovò nella hall, impeccabile in un completo di lino color crema, mentre sfogliava il giornale.
«Ah, eccolo qui il nostro fortunato giocatore!» lo salutò De Marchi. «Spero abbia riposato bene, perché oggi facciamo il grande salto. Ho organizzato un'uscita in motoscafo verso Cap-d'Ail. C'è un ricevimento privato: champagne, sole e compagnia femminile di prim'ordine. Vedrà che le farà bene.»
Sfoderò un sorriso di circostanza. Accettare significava esporsi, ma ormai "Vittorio Rusca" era un ruolo che doveva interpretare fino in fondo.
La mattinata si rivelò però una prova durissima. Sul ponte dello yacht e poi sotto i tendoni del club esclusivo, si trovò circondato da donne eleganti che parlavano di borsa, di viaggi al Cairo e di pettegolezzi internazionali con una disinvoltura che gli parve aliena. Lui, abituato ai silenzi polverosi della biblioteca di Bellano, si sentì come un pesce fuor d'acqua.
Ogni domanda delle signore — sulle ultime novità parigine o su ipotetici investimenti — era una trappola potenziale. Rispondeva con frasi fatte, sorrisi enigmatici e molti "chissà", temendo sempre che un termine dialettale o un riferimento troppo provinciale potesse tradirlo. Nonostante la lusinga di trovarsi in quel bel mondo, il senso di inadeguatezza divenne una certezza fredda: non era il suo posto. Quei quasi quarant'anni portati con dignità gli dicevano che non poteva improvvisarsi "viveur" senza risultare, prima o poi, grottesco o sospetto.
Quella sera, tornato in albergo molto prima di De Marchi, si svestì con un senso di liberazione. Rimase a lungo alla finestra a guardare il mare. La riflessione era muta ma limpida: il fascino di Montecarlo era una vernice brillante che su di lui non faceva presa.
In quel lusso estremo, il rischio di sbagliare una parola o un gesto era troppo alto. Aveva bisogno di una città grande abbastanza da permettergli di sparire, ma abbastanza "normale" da permettergli di lavorare e vivere senza dover recitare la parte del milionario ogni minuto. La decisione era presa: l'indomani avrebbe salutato la Costa Azzurra. Ma per dove?
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28


Una luce fioca filtrava attraverso i vetri della stanza d'albergo, ben diversa dal riverbero abbagliante del giorno precedente. Si sedette sul bordo del letto, con il respiro quieto. Sul comodino, l'occorrente per scrivere era pronto. Si concesse qualche minuto, soppesando ogni singola parola per risultare convincente ma non affettato.
«Caro De Marchi,
impegni improvvisi e improrogabili mi richiamano verso il Piemonte. La ringrazio vivamente per la squisita ospitalità e per avermi introdotto in questo mondo affascinante. Spero avremo modo di rivederci presto.
Cordialmente,
V. Rusca»
Firmò con un tratto deciso, poi chiuse la valigia e scese nella hall. Lasciò il biglietto in portineria con un cenno cortese, senza fretta, muovendosi con la compostezza di un uomo d'affari che rispetta i suoi impegni.
Una volta arrivato alla stazione, si ritrovò davanti al tabellone delle partenze. Il treno per Nizza e le altre destinazioni francesi, i collegamenti veloci verso le grandi capitali europee: tutto gli parve improvvisamente estraneo, troppo lontano dalla sua misura. Escluse le mete che non sentiva sue e lasciò che lo sguardo si posasse solo sui convogli diretti in Italia.
Mentre osservava gli orari, sentì riaffiorare i pensieri degli ultimi giorni. Non era tagliato per quella vita oziosa e sopra le righe. Il fatto di avere una discreta somma a sua disposizione non lo condannava ad una vita da fannullone e non poteva certo trasformarlo di punto in bianco in un elegante viveur. Aveva bisogno di un'occupazione dignitosa e discreta, di una quotidianità fatta di cose semplici e di anonimato.
Il suo istinto lo guidò verso la carrozza diretta in Piemonte. Si accomodò in uno scompartimento di seconda classe, sistemando la valigia sulla rete portabagagli. La fortuna gli consegnò uno scompartimento deserto e il viaggio si svolse nel silenzio dei suoi pensieri. Guardò il paesaggio scorrere fuori dal finestrino: le palme lasciarono il posto alle prime colline, poi alla nebbia e al grigio operoso del nord. Torino, con i suoi portici austeri e la sua riservatezza, gli parve il posto giusto dove poter ricominciare a respirare.
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29


Il treno si arrestò con un lungo stridore di freni sotto la grande tettoia in ferro e vetro di Torino Porta Nuova. Scese sulla banchina, respirando l'aria frizzante della sera e lasciandosi alle spalle il vociare dei viaggiatori. Il contrasto con la Costa Azzurra fu immediato: niente luce abbagliante, ma una foschia leggera che avvolgeva le facciate ottocentesche, conferendo alla città un'aria austera e protettiva.
Si incamminò senza fretta, tenendo la valigia con mano ferma. Evitò con cura i grandi alberghi nei pressi del centro, con le loro hall piene di ospiti curiosi e invadenti da cui guardarsi. Seguì le indicazioni per i quartieri più defilati, fino a raggiungere una strada silenziosa e alberata a poca distanza dalla stazione. Lì trovò una pensione modesta ma dignitosa, il cui ingresso emanava un rassicurante odore di cera per mobili e minestra di verdure.
La proprietaria, una donna sulla sessantina dai modi gentili, dopo uno sguardo sommario al passaporto annotò il nome di Vittorio Rusca su un registro impolverato senza troppe formalità, soddisfatta di ricevere il pagamento in contanti per una settimana.
La stanza era piccola, con una finestra che dava su un cortile interno, ma per lui fu come un porto sicuro. Posò la valigia sul letto di ferro battuto, si tolse il cappotto e si concesse un lungo respiro. Per la prima volta dopo giorni, il nodo che gli stringeva lo stomaco cominciava a sciogliersi.
La mattina seguente, uscì presto per esplorare la città che lo ospitava. Camminò a lungo sotto i portici di Via Roma, e poi per via Po, giù fino al fiume, osservando la gente del posto muoversi con passo svelto assorbita dalle proprie occupazioni. Non provava la meraviglia o l'eccitazione del turista. Piuttosto, sentiva crescere dentro di sé un senso di profonda gratitudine per quell'ambiente: a differenza di Bellano, dove ogni volto creava un'aspettativa e ogni incontro richiedeva un saluto, qui nessuno lo conosceva.
Poteva confondersi tra i passanti con le mani in tasca, guardare le vetrine senza dover interpretare alcun ruolo. Era, finalmente, un uomo qualunque in una città che non pretendeva di volerlo conoscere.
Mentre svoltava l'angolo di una piazza, il silenzio dei cortili e la vista di alcuni austeri edifici in mattoni gli diedero la sensazione di aver preso la direzione giusta.
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30


La sala da pranzo della pensione emanava un calore denso, di quelli che si attaccano ai vestiti insieme all'odore di minestra e verdure bollite. Una decina di tavoli di legno scuro, apparecchiati con tovaglie a quadretti rossi e bianchi, accoglieva i pensionanti della sera.
Prese posto al tavolo numero quattro, in fondo alla sala, vicino a una finestra che dava sul cortile interno, dal quale si udiva il sommesso e ritmico gocciolare di una grondaia.
«Buonasera, spero non le dispiaccia se prendo posto qui. Gli altri tavoli sono già tutti presi, o quantomeno prenotati dai soliti noti.»
La voce apparteneva a un uomo sulla cinquantina, calvo e con un paio di occhiali tondi che gli scivolavano continuamente sul naso. Indossava un maglione a collo alto di un colore indefinito tra il marrone e il grigio. Senza aspettare risposta, si accomodò sulla sedia di fronte, sistemando con cura il tovagliolo sul petto.
«Si accomodi pure» rispose, abbozzando un sorriso misurato.
L'uomo si presentò come il signor Gamberini, impiegato in un vicino ufficio del catasto e, a quanto parve di capire dopo i primi cinque minuti di conversazione, depositario di tutte le informazioni riservate e non del quartiere. Masticava un pezzo di pane mentre passava in rassegna i commensali dei tavoli vicini.
«Vede quella signora là in fondo? Quella con lo scialle. È Caterina. È qui da almeno quindici anni. Ogni sera sostiene che il minestrone è annacquato, ma poi puntualmente ne chiede un secondo piatto. E quel signore accanto a lei... un tipo strano, parla puntualmente da solo mentre legge il giornale. Originale non trova?»
Rispose con un cenno del capo, versandosi un bicchiere di vino rosso della casa. Il sapore era aspro ma robusto, e si sposava perfettamente con l'atmosfera austera e un po' dimessa della sala.
Continuò ad ascoltare il flusso di parole del signor Gamberini, che nel frattempo era passato a commentare l'aumento dei prezzi del burro e le stranezze del tempo. Per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì stranamente leggero. Nessuno in quella stanza sapeva chi fosse, né si curava di indagare. Ognuno era concentrato sul proprio piatto.
Mentre Gamberini si dedicava al secondo, gli rivolse un'occhiata furtiva da dietro le lenti, quasi a voler sondare il terreno prima di rompere la routine della serata:
«Sa, non si vedono spesso facce nuove da queste parti. Di solito gli ospiti della pensione sono sempre gli stessi. Lei si ferma per molto?»
La domanda arrivò inaspettata. Si irrigidì per una frazione di secondo, poi scelse la strada della massima vaghezza:
«Sono di passaggio. Per il momento mi guardo intorno, cerco di capire se c'è spazio per... qualche progetto» rispose, abbozzando un sorriso vago.
Gamberini annuì, per nulla turbato dalla risposta evasiva, e tornò a concentrarsi sul proprio piatto. Il ghiaccio era stato rotto.

Andata e Ritorno - Parte 2 testo di sergiomis
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